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IL VUOTO FERTILE dal silenzio alla creazione


  • CA’ COLMELLO Casolare d’ Appennino CA'Colmello Emilia-Romagna, 40020 Italia (mappa)

Workshop intensivo esperienziale di due giorni in natura

C’è un momento, nelle transizioni della vita, in cui le parole non bastano e i riferimenti abituali non tengono più. È un tempo che spesso chiamiamo “vuoto”: uno spazio che può spaventare, perché sembra sottrarre, togliere, disorientare. Eppure, in molte tradizioni di cura e nei linguaggi del corpo e della scena, quel vuoto è anche un passaggio necessario: un campo in cui qualcosa può riorganizzarsi, maturare, emergere. La Gestalt lo definisce fertile void—un vuoto non da riempire, ma da abitare: il luogo in cui il contatto con ciò che è vivo può riprendere forma, senza forzature, e trasformarsi in scelta.

Il Vuoto Fertile – Dal Silenzio alla Creazione nasce per offrire un’esperienza concreta di questo passaggio: un laboratorio intensivo di due giorni in natura, in un casale, dove il silenzio non è assenza ma presenza; e la creazione non è performance, ma gesto possibile. È un percorso accessibile anche a chi non ha esperienza teatrale o meditativa: ciò che serve è la disponibilità ad ascoltarsi, con rispetto dei propri tempi e confini.

Tema e cornice: dal “vuoto sterile” al “vuoto fertile”

Nella vita quotidiana, spesso rispondiamo al vuoto con riempitivi: rumore, accelerazione, ipercontrollo, distrazione. È un modo umano di difendersi, ma può lasciare una sensazione di stanchezza o di lontananza da sé. Il workshop propone un movimento diverso: trasformare il vuoto sterile (blocco, evitamento, anestesia) in vuoto fertile (spazio, orientamento, creatività, contatto).

Lo facciamo intrecciando tre assi principali:

  1. Consapevolezza e autoregolazione: respiro, grounding, attenzione al corpo, ascolto interno, micro-pratiche per riconoscere segnali di attivazione e recuperare stabilità. Qui si incrociano le basi della mindfulness e le prospettive sulla sicurezza neurofisiologica e la regolazione del sistema nervoso.

  2. Linguaggi espressivi e teatrali: movimento libero, improvvisazione guidata, lavoro sensoriale, composizioni semplici individuali e di gruppo. Il teatro, in questa prospettiva, è un dispositivo di verità: un modo per “mettere fuori” ciò che dentro è confuso, e dargli forma senza doverlo spiegare subito.

  3. Integrazione e senso: condivisione, debriefing, scrittura breve, rituali di chiusura. Non per “analizzare” la persona, ma per trasformare l’esperienza in strumenti trasferibili nella quotidianità: parole-chiave, pratiche, immagini interne, scelte.

Come si svolge: un percorso in movimenti

L’esperienza è costruita come una progressione, in cui ogni fase prepara la successiva.

1) Entrare nel silenzio: il corpo come casa
Si crea un contesto protetto e chiaro: cornice, intenzioni, confini, ascolto reciproco. Il lavoro inizia dal corpo: respirazione, radicamento, camminate consapevoli, esercizi di percezione (peso, appoggi, spazio). Il silenzio qui non è “vuoto da subire”, ma una stanza che impariamo ad abitare.

2) Smarrimento e non-sapere: restare senza riempire
Attraverso pratiche teatrali e sensoriali, esploriamo il momento in cui i riferimenti saltano: l’incertezza, la soglia, il “non so”. È una fase preziosa: il non-sapere, se sostenuto, diventa un laboratorio di possibilità. In termini gestaltici, è il punto in cui le vecchie figure si dissolvono e nuove figure possono emergere dal fondo, senza essere forzate.

3) Accettazione e contatto: dare dignità a ciò che c’è
Qui il lavoro si fa più relazionale: esercizi di fiducia, appoggio, ascolto, rispecchiamento. L’obiettivo non è “stare bene”, ma stare in contatto: riconoscere bisogni, limiti, desideri; sentire cosa chiede spazio e cosa chiede cura. È anche il momento in cui il sistema nervoso può sperimentare sicurezza sufficiente per aprire nuove strade.

4) Creazione: una forma semplice che dice verità
La creazione arriva come esito, non come prestazione. Si compongono piccoli quadri: una scena minimale, un gesto, un testo breve, una traccia di movimento, un’immagine condivisa. L’arte qui non serve a “fare bello”, ma a rendere visibile ciò che sta cambiando. Come nell’idea dell’“empty space”, basta poco per far accadere molto: un corpo, uno spazio, un atto autentico.

Per chi è pensato

  • Persone in fasi di passaggio: cambiamenti, separazioni, scelte, stanchezza, ricominciamenti.

  • Professionisti della relazione d’aiuto e dell’educazione che desiderano strumenti esperienziali per sé (e, con etica e adattamenti, per il proprio lavoro).

  • Chi cerca un’esperienza intensa ma rispettosa: centrata su presenza, corpo, creatività e condivisione.

Non è un percorso terapeutico individuale, ma può avere effetti trasformativi; per questo la conduzione cura molto la cornice, la gradualità e la libertà di partecipazione.

Cosa porti a casa

  • Micro-pratiche di regolazione: ancore di respiro, grounding, orientamento sensoriale.

  • Un lessico personale del tuo “vuoto”: segnali, bisogni, soglie.

  • Un gesto creativo essenziale che diventa memoria corporea: qualcosa che puoi ripetere quando ti perdi.

  • Una traccia di integrazione: scrittura breve, rituali, strumenti replicabili.

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11 ottobre

Il VUOTO FERTILE dal silenzio alla creazione